Immaginiamo uno sciame di lucciole, tanti piccoli punti luminosi che si accendono e spengono nello spazio della notte. Come fa il cervello umano a elaborare e integrare l’informazione di durata e di spazio che rende possibile questa visione? Questa la domanda che si sono posti Valeria Centanino, Gianfranco Fortunato e Domenica Bueti del gruppo di Neuroscienze Cognitive della SISSA in una ricerca pubblicata su Nature Communications.
Lo studio mostra l’esistenza di una gerarchia funzionale nella corteccia cerebrale dell’uomo, dove le aree posteriori, che per prime ricevono l’informazione visiva ed elaborano spazio e tempo insieme. Nelle aree parietali e ancor di più in quelle frontali, che entrano in gioco più tardivamente nell’elaborazione dell’informazione e che svolgono compiti sempre più complessi, spazio e tempo si separano gradualmente. Ma non solo: la codifica del tempo è diversa nelle aree cerebrali di questa gerarchia. In aree occipitali dove tempo e spazio sono elaborati insieme, il tempo è codificato nell’attività di una stessa popolazione di neuroni che si attiva proporzionalmente alla durata (più lunga la durata, maggiore l’attività neuronale). Invece in aree parietali e frontali, dove il legame tra spazio e tempo diventa via via più debole fino a sparire, il tempo è codificato nell’attività di popolazioni neuronali distinte, in cui ciascuna popolazione risponde selettivamente a specifiche durate. Nelle aree parietali, che occupano una posizione intermedia nella gerarchia, c’è una coesistenza di meccanismi di codifica del tempo e di relazione con la codifica dello spazio.

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